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Un frame del video “What is like to be a pandAI”
L’intelligenza artificiale per produrre testi, immagini e musica… Fa delle cose tanto brutte che forse si fa prima a non usarla! A questa conclusione provocatoria è arrivato un gruppo di studenti e studentesse del corso di “Estetica dei nuovi media” dell’Università Statale di Milano, che si è cimentato in una serie di sperimentazioni creative con questo nuovo mezzo.
Si è tenuto il 12 maggio presso la sede di via Noto l’evento “Dare senso allo slop” nel quale si è esplorato il rapporto tra intelligenza artificiale e creatività a partire dal video ispirato a Gargantua e Pantagruele di Rabelais intitolato “What is like to be a pandAI” (dal testo del filosofo Thomas Nagel “What is like to be a bat”) – una rivisitazione in chiave AI e “pandesca” delle due diverse educazioni del gigante Gargantua di Rabelais. All’incontro hanno partecipato Bob Sturm, informatico e musicista dell’Università di Stoccolma che ha presentato il suo progetto “Music from the spam folder”, l’artista visivo Massimo Balestrini e lo scrittore Davide Morossinotto. Nel corso dell’iniziativa, il dibattito si è concentrato sullo “slop”, categoria che indica contenuti digitali di bassa qualità che riempiono le piattaforme, interrogandosi sulla possibilità che l’IA non solo li produca, ma anche li trasformi in qualcosa di significativo.
A guidare il progetto “Dare senso allo slop” è stata Alice Barale, docente e una delle referenti del corso di Estetica dei nuovi media, che porta gli studenti a riflettere filosoficamente sul modo in cui le tecnologie digitali hanno trasformato e stanno trasformando non solo le pratiche artistiche, ma anche il modo stesso in cui gli esseri umani percepiscono il mondo. Uno degli obiettivi formativi è riuscire a trasmettere agli studenti un approccio critico e aperto alla sfera della cultura digitale riflettendo sulle trasformazioni che essa comporta.
“Dopo un primo momento critico c’è chi, eroicamente, è riuscito a tirare fuori qualcosa di buono da questo strano “aggeggio” che sembra voler entrare prepotentemente nelle nostre vite. Facendosi coraggio e accompagnati dalla guida di un artista visivo, Massimo Balestrini, gli studenti e le studentesse hanno creato un piccolo video, che tratta proprio di lei, della IA, e del “sapere” un po’ libresco e arido che sembra possedere. Lo hanno fatto con la IA stessa, provando a produrre con la IA anche le musiche. Il risultato è il video “What is like to be a pandAI”. Forse, unendo le forze, se ne può tirare fuori qualcosa di buono”, spiega Alice Barale.
Il rapporto degli studenti e studentesse con AI rispecchia diverse sfaccettature e sfata certezze e racconti su come si possa usare in modo critico e utile questa risorsa, il risultato è tutt’altro che lineare e univoco. “All'inizio del corso ero molto scettico sulle possibilità date dall'intelligenza artificiale”, racconta Tuccio, “anche per motivi etici legati all'utilizzo di questo strumento. Tuttavia, man mano che il lavoro andava avanti, mi sono reso conto di come l'intelligenza artificiale sia in realtà uno strumento da imparare ad utilizzare piuttosto che un nemico da combattere, anche perché sarebbe una lotta contro i mulini a vento”.
Le resistenze da affrontare, per il gruppo di studenti aspiranti musicologi e spesso ottimi musicisti loro stessi, sono state molte: “durante questo corso ho cercato di mettere da parte i miei preconcetti sull’intelligenza artificiale” racconta Manila “anche se, a dire il vero, non è qualcosa che mi entusiasma pienamente. L’esperimento del panda, però, si è rivelato interessante perché ha messo in luce un aspetto fondamentale del ‘fare arte’ con l’intelligenza artificiale: il risultato non nasce mai ‘da solo’, ma richiede sempre un’interazione e uno scambio continui con l’essere umano. Senza questo dialogo, difficilmente l’AI riesce a produrre qualcosa di davvero significativo. Arrivare a un esito che valga la pena approfondire non è immediato o semplice; al contrario, richiede molta riflessione, pazienza e innumerevoli tentativi da parte dell’artista”.
Una grande fatica, insomma: “per creare e sonorizzare il video del panda ci siamo dovuti interfacciare con l'AI su più livelli”, racconta Giancarlo. “Il mio contributo da musicista e produttore è stato messo un po' in crisi soprattutto da Suno (piattaforma di creazione musicale generativa basata sull'intelligenza artificiale, ndr) e dai suoi limiti, dato che ho sentito in molti casi che lavorare senza AI mi avrebbe portato al risultato più in fretta. È stato comunque interessante girare intorno ai limiti dati da Suno perché ci ha dato un banco di prova sulle parti teoriche del corso”.
Alcuni studenti conoscevano già la IA in altre vesti: “all’inizio del corso ero abbastanza scettica sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito artistico e creativo, anche se conoscevo già le sue potenzialità, soprattutto perché la utilizzo spesso per aiutarmi nello studio a causa del mio DSA”, racconta Martina. “Facevo fatica a immaginare come potesse far parte di un vero processo creativo senza sostituire troppo l’intervento umano. Per lo studio utilizzo diversi programmi e software che mi aiutano a organizzare meglio i contenuti, capire i testi e semplificare alcune difficoltà. Per questo motivo ho sempre visto l’IA come un supporto utile, anche se all’inizio del corso non ero del tutto convinta del suo utilizzo nell’arte. Durante il lavoro, però, ho cambiato in parte idea, perché ho capito che il risultato non nasce mai solo dalla macchina, ma dal continuo confronto tra persona e tecnologia”.
Alla fine, con l’aiuto importantissimo dell’artista Massimo Balestrini, e grazie alla bravura musicale degli studenti e studentesse, il risultato ha dato una certa soddisfazione. “Mi sono incuriosito molto a tutti i procedimenti IA che abbiamo utilizzato per produrre la musica e il video”, racconta Andrea, “e sono fortemente soddisfatto del lavoro che siamo riusciti a tirar fuori e di come abbiamo lavorato per farlo”. “Questa esperienza”, racconta Leonardo “mi ha mostrato come la creazione non si esaurisca nella sola intenzione progettuale, ma richieda anche la capacità di riconoscere negli imprevisti e nelle deviazioni delle autentiche possibilità generative. In questo senso, l’errore non rappresenta soltanto un limite, ma può diventare il punto in cui emergono forme nuove”.
Da un imprevisto, del resto, è emerso lo spunto che ha portato al video. Il gigante Gargantua di Rabelais, sotto le mani della studentessa cinese Rui, è diventato un panda, che affronta la stessa avventura di ricerca di una conoscenza. All’inizio fa indigestione di libri e di parole, ma poi trova qualcosa di diverso. Una “compagnia d’uomini”, come dice Rabelais, che permette alle lettere di prendere vita. Anche se, di nuovo, gli uomini nel video sono piuttosto degli animaletti. Colpa di quella “tensione tra controllo e imprevedibilità”, dice ancora Leonardo, che “ha reso il progetto particolarmente significativo”.
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Alice Barale
Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali
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