Pubblicato il: 04/05/2026
I partecipanti del viaggio a Old Moses Campo, uno dei punti di accesso al Monte Kenya

I partecipanti del viaggio a Old Moses Campo, uno dei punti di accesso al Monte Kenya.

Due settimane 'sul campo', nella foresta Mau, in Kenya, per osservare da vicino alcune questioni socio-ambientali di particolare rilevanza: i processi di deforestazione, i conflitti legati alla conservazione ambientale, le iniziative di riforestazione, gli impatti dell'agricoltura intensiva o di quella destinata alla produzione di biocarburanti. Sono i temi al centro del laboratorio “La cooperazione internazionale in campo ambientale: la foresta Mau (Kenya)” organizzato con cadenza biennale, dal 2020, nell'ambito delle attività del corso di laurea "Geografia, Ambiente, Territorio".

L'iniziativa, coordinata da Valerio Bini, docente di Geografia del dipartimento di Beni culturali e ambientali, coinvolge circa 10 studenti e prevede un soggiorno di ricerca di due settimane nella zona centrale del Kenya. 

Quest'anno, tornati dall'esperienza in Kenya, intrapresa con i docenti Valerio Bini e  Giorgio Pilotti, abbiamo chiesto a studentesse e studenti di raccontarci "in prima persona" il senso di un'esperienza di formazione universitaria, ma anche di grande valore per la propria crescita personale perché, raccontano, "la nostra esperienza in Kenya non è stata un viaggio “in Africa” alla scoperta della wilderness della natura - wilderness che in gran parte non esiste più - bensì un’immersione profonda in un Paese della “periferia” del mondo che sostiene noi del “centro” fornendo immense quantità di materia prima con manodopera a basso costo secondo il modello coloniale delle piantagioni. Non a caso, l’economia kenyota si basa ancora oggi soprattutto sull’esportazione del té: un processo poco sostenibile sia per gli effetti sull’ambiente della monocoltura sia per quelli sul piano sociale per lo sfruttamento dei lavoratori".

 

 

Diario dal Kenya: studentesse e studenti raccontano il Laboratorio nella foresta Mau

Le piantagioni di tè della Kiptagich Tea Estate, nella regione sud-occidentale della foresta Mau

Le piantagioni di tè della Kiptagich Tea Estate, nella regione sud-occidentale della foresta Mau.

Nelle scene iniziali di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, Harrison Ford dice, rivolgendosi a un suo studente universitario che “se vuole diventare un bravo archeologo, allora deve uscire da quella biblioteca”. La frase, chiaramente provocatoria, ci ricorda che il viaggio e la ricerca sul campo sono una parte imprescindibile dello studio di una disciplina, in particolar modo se la disciplina in questione è la geografia, perché per conoscerla non basta leggere i libri: bisogna saper leggere il territorio in tutte le sue sfaccettature e, spesso, nelle sue contraddizioni.

Nel nostro caso, il laboratorio in Kenya si è articolato su diversi ambiti: dall’ambigua gestione delle foreste alle piantagioni di té, dalla floricoltura mirata all’export verso l’UE alla produzione di ricino promossa dal Piano Mattei per l’Africa, lanciato dal governo Meloni nel 2024. Il filo rosso di questa esperienza è stata la vegetazione, che nelle regioni visitate, grazie al clima equatoriale, cresce perennemente in modo rigoglioso grazie al caldo e all’umidità, specialmente durante la stagione delle piogge. Fin dal primo giorno abbiamo compreso la distinzione fondamentale tra piante indigene ed esotiche: queste ultime, infatti, sono spesso specie alquanto invasive per l’ambiente in cui sono importate e sono dannose per la biodiversità del luogo: l’esempio più diffuso in Kenya è l’eucalipto, importato qui dall’Australia a opera degli inglesi nei primi del Novecento al fine di sfruttarne il legname come combustibile per la nascente ferrovia Mombasa - Kampala, un progetto molto esteso mai entrato davvero in funzione, eccezion fatta per la tratta Mombasa - Nairobi. 

 

Kibera, la più grande baraccopoli (slum) di Nairobi

Kibera, la più grande baraccopoli (slum) di Nairobi

Del resto, le impronte lasciate dal colonialismo inglese che abbiamo riscontrato sono numerose e hanno contribuito a modellare sia il paesaggio naturale sia lo scenario socio-economico. Per quanto riguarda il primo, un’escursione nella foresta Mau (in particolare nella sezione di Ndoinet) ci ha permesso di valutare sul campo gli effetti dell’azione umana sulla natura: qui è infatti presente una linea lungo la quale è stata innalzata una recinzione elettrificata per separare i terreni agricoli dalla foresta, che sin dagli anni ’30 del Novecento fu classificata dagli inglesi come area protetta, al fine di preservarla in toto per sfruttare i suoi servizi ecosistemici (acqua dolce pulita, regolazione del clima, stabilità idrogeologica) nelle piantagioni poste a valle di essa. In realtà, tra la foresta indigena e i campi coltivati è tuttora presente un’area intermedia di buffer, cioè una sorta di “terra di mezzo” in cui la foresta sta ricrescendo ma dove si possono ancora rintracciare numerose testimonianze della precedente presenza di allevamento e agricoltura, come prati-pascoli e filari di alberi, che dimostrano che in passato quest’area è comunque stata sfruttata dall’uomo. 

Il tipo di conservazione che abbiamo incontrato in questo caso è definito “a fortezza” e mira a preservare la natura escludendo qualsiasi tipo di attività umana, in primis il pascolo dei capi di bestiame; tuttavia, durante l’escursione abbiamo potuto verificare come numerosi bovini fossero liberi di vagare oltre la recinzione, senza destare particolari reazioni da parte delle guardie forestali che ci hanno accompagnato, a testimonianza del fatto che in Kenya, come in numerosi Paesi in via di sviluppo, il controllo dello Stato sul territorio è spesso carente. 

Questa mancanza di controllo convive però con una gestione a tratti autoritaria e violenta: proprio nella regione della foresta Mau abbiamo infatti potuto constatare le conseguenze di questo autoritarismo entrando in contatto con la popolazione locale degli Ogiek, che a causa della spinta conservazionista iniziata dai britannici, ha subito violenti sgomberi, distruzione delle proprie abitazioni, determinando un cambiamento nel loro stile di vita, la cui espressione più rilevante sta nel passaggio da cacciatori-raccoglitori ad agricoltori. 

Particolarmente istruttivo è stato l’incontro che abbiamo avuto con loro nella località di Mariashoni, dove peraltro è presente un presidio Slow Food del miele e una guesthouse realizzata grazie alla ONG Mani Tese. Qui abbiamo avuto modo di sederci in cerchio insieme a loro e, un po’ come degli antropologi, abbiamo posto loro domande riguardo alle loro origini, alle loro credenze e, ovviamente, anche riguardo ai torti da loro subiti negli ultimi anni a causa della “febbre” conservazionista. 

 

La comunità Ogiek di Mariashoni, che nel 2022 è stata espulsa dai militari salvo tornare dopo poco tempo grazie a una causa giudiziaria vinta presso la Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli

La comunità Ogiek di Mariashoni, che nel 2022 è stata espulsa dai militari salvo tornare dopo poco tempo grazie a una causa giudiziaria vinta presso la Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli.

In generale, parlare direttamente con le persone è stata la chiave per cercare di comprendere un mondo lontano dal nostro e che grazie alla sua (apparentemente) minore complessità ci permette di riflettere anche sul nostro mondo, per esempio in merito all’istruzione: gli insegnanti che abbiamo incontrato, una delle quali ci ha anche ospitato per pranzo a casa sua, si sono dimostrate le persone più aperte, volenterose di farci conoscere la loro realtà e molto speranzose che avremmo parlato di loro una volta tornati a casa. Questo a riprova ulteriore di quanto la formazione e l’istruzione facciano la differenza e di quanto sia essenziale investire risorse in questo campo per creare spirito critico e consapevolezza su ciò che ci circonda. Speriamo che questo nostro appello non rimanga inascoltato, soprattutto perché è proprio la nostra materia, la geografia, a subire da decenni tagli nei programmi scolastici. 

La geografia serve, soprattutto oggi, per saper leggere i grandi squilibri mondiali; serve a capire lo stretto rapporto onnipresente tra la componente sociale e ambientale e che la nostra esperienza in Kenya non è stata un viaggio “in Africa” alla scoperta della wilderness della natura - wilderness che in gran parte non esiste più - bensì un’immersione profonda in un Paese della “periferia” del mondo che sostiene noi del “centro” fornendo immense quantità di materia prima con manodopera a basso costo secondo il modello coloniale delle piantagioni. Non a caso, l’economia kenyota si basa ancora oggi soprattutto sull’esportazione del té: un processo poco sostenibile sia per gli effetti sull’ambiente della monocoltura sia per quelli sul piano sociale per lo sfruttamento dei lavoratori.

In conclusione, possiamo a ben ragione affermare che le due settimane passate in Kenya sono state un’esperienza di svolta nella nostra vita, perché ci hanno fatto acquisire maggiore consapevolezza su come funziona davvero il mondo mostrandoci che c’è un Nord globale, che detiene il controllo sui processi produttivi mondiali, e un Sud che opera da “fabbrica del mondo” asservita al soddisfacimento dei bisogni di consumatori stranieri in un’ottica, di fatto, neocolonialista. Gli incontri con contadini, guardie forestali e insegnanti ci hanno insegnato come si vive e si ragiona in un Paese non occidentale, dove nelle campagne permane un’agricoltura di sussistenza e nelle grandi città, insieme a una modesta popolazione benestante soprattutto bianca, vivono enormi masse di persone in insediamenti informali come Kibera, la più grande baraccopoli di Nairobi, in cui ci siamo immersi l’ultimo giorno.

L’impatto qui è stato alquanto forte: la povertà dilagante, la criminalità e la precarietà di vite vissute tra le lamiere e un ambiente malsano si sono scontrate con gli standard a cui siamo abituati e a cui siamo tornati il giorno dopo, consapevoli che per noi era appena cominciato un nuovo viaggio, di cui questo articolo è la prima tappa: quello per approfondire e far conoscere i luoghi e le persone della nostra esperienza.

Articolo a cura di: Adamo Lorellai, Emanuela Beacco, Martina Dell’Orto, Ludovica Mazza, Filippo Miorini, Giada Montrasio, Silvia Pozzi, Simone Ronchetti, Carolina Tosi, Francesco Viggiani.

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