Pubblicato il: 27/05/2026
Sergio Abrignani

Sergio Abrignani

Un nuovo virus occupa le pagine della cronaca e subito la mente torna alle conseguenze della diffusione del Covid-19. Il focolaio di Hantavirus, variante Andes, è stato rilevato sulla nave da crociera Mv Hondius, che era partita il 1° aprile 2026 da Ushuaia (Argentina) per andare fino alle Canarie. L’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha notificato il focolaio da Hantavirus, variante Andes, sulla nave il 2 maggio, che è approdata al porto di Rotterdam lunedì 18 maggio per essere disinfettata.

Approfondiamo il tema con Sergio Abrignani, docente e immunologo del dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità della Statale, anche in relazione alle differenze con il Covid-19 e al rischio di contagio.

Cos’è l’Hantavirus e come si diffonde?

Gli Hantavirus sono un gruppo di virus a RNA a filamento negativo che hanno come caratteristica fondamentale quella di essere zoonotici, cioè di circolare in modo naturale nei roditori senza causare loro malattia significativa. L’uomo rappresenta invece un ospite accidentale. La trasmissione avviene quasi esclusivamente attraverso l’inalazione di aerosol contaminati da escrezioni di roditori infetti, come urine, feci o saliva, che possono essiccarsi nell’ambiente e diventare particelle respirabili. In questo senso non si tratta di un virus che si diffonde facilmente da persona a persona, perché la trasmissione interumana è, nella quasi totalità dei casi, assente. L’unica eccezione parziale riguarda alcune varianti sudamericane, come il virus Andes, in cui è stata documentata una trasmissione tra esseri umani, ma con efficienza molto bassa e in condizioni di contatto ravvicinato (con le rare eccezioni di alcuni super-spreader).

 Quali sono i principali sintomi e dopo quanto compaiono dal contagio?

Il periodo di incubazione dell’infezione è piuttosto variabile e può andare da una a sei settimane, con una media che spesso si colloca attorno alle due o quattro settimane. Questo rende talvolta difficile risalire al momento esatto dell’esposizione. Clinicamente, la malattia inizia in modo piuttosto aspecifico, con sintomi simili a quelli di molte infezioni virali respiratorie, come febbre, dolori muscolari diffusi, astenia e malessere generale. Successivamente, a seconda del ceppo coinvolto e della regione geografica, il quadro può evolvere in due principali direzioni. Nei ceppi eurasiatici prevale un interessamento renale che può portare a insufficienza renale acuta e alterazioni della permeabilità vascolare. Nei ceppi americani, invece, la forma più tipica è una sindrome polmonare grave, caratterizzata da edema polmonare e possibile insufficienza respiratoria severa. In entrambi i casi, la gravità della malattia non dipende tanto dalla distruzione diretta delle cellule infettate (principalmente le cellule endoteliali, cioè le cellule dei vasi sanguigni), quanto da una risposta immunitaria eccessiva che danneggia l’endotelio vascolare.

 Con quale velocità si diffonde?

Se si parla di "velocità di diffusione" in senso epidemiologico, l’Hantavirus si comporta in modo profondamente diverso rispetto ai virus respiratori più noti come l’influenza o il SARS-CoV-2. Non essendo trasmesso in modo efficiente da persona a persona, non genera catene epidemiche sostenute. La sua diffusione dipende invece dalla presenza di roditori infetti e dall’esposizione ambientale dell’uomo. Per questo motivo i casi sono generalmente sporadici, legati a specifiche condizioni ecologiche e occupazionali, e non a dinamiche di contagio comunitario. Anche nei rari casi in cui è possibile una trasmissione interumana, come nel virus Andes, la capacità di propagazione resta comunque molto limitata e non sufficiente a sostenere una diffusione ampia nella popolazione.

Quali sono i soggetti più vulnerabili al virus?

In generale, non esiste una vulnerabilità fortemente legata all’età come avviene per altri virus respiratori. L’esposizione è il fattore determinante: risultano quindi più a rischio le persone che vivono o lavorano in ambienti rurali, forestali o comunque a stretto contatto con popolazioni di roditori. Dal punto di vista clinico, la gravità della malattia tende però ad aumentare nei soggetti con comorbidità, in particolare cardiovascolari, renali o respiratorie, perché l’infezione può compromettere ulteriormente sistemi già fragili. Tuttavia, anche individui giovani e sani possono sviluppare forme severe, soprattutto nelle varianti polmonari più aggressive.

Ci sono rischi di diffusione del contagio simili al Covid?

No, al momento e con i virus che conosciamo ora, non esiste un rischio di diffusione paragonabile a quello osservato con il Covid-19. La differenza fondamentale sta nella modalità di trasmissione. Mentre il SARS-CoV-2 si diffonde con estrema efficienza per via aerea tra esseri umani, spesso anche prima della comparsa dei sintomi, l’Hantavirus non presenta una trasmissione interumana significativa e non si diffonde in modo silente nella popolazione. Inoltre, il fatto che i soggetti infetti diventino contagiosi solo in fase sintomatica rende molto più semplice l’identificazione e l’isolamento dei casi. Per questi motivi, anche nelle situazioni in cui vi è trasmissione tra persone, la catena di contagio si esaurisce rapidamente e non evolve in epidemie su larga scala.

Quali sono le attuali cure disponibili?

Attualmente non esistono vaccini né terapie antivirali efficaci contro l’Hantavirus. Il trattamento è quindi principalmente di supporto ai danni d'organo. Nei casi più gravi, soprattutto nelle forme polmonari, può essere necessario il ricovero in terapia intensiva con assistenza respiratoria avanzata. Nelle forme con interessamento renale, invece, può rendersi necessaria la dialisi. Alcuni farmaci antivirali, come la ribavirina, sono stati studiati, con risultati limitati e non conclusivi. La ricerca si sta invece concentrando sullo sviluppo di vaccini sperimentali e di anticorpi monoclonali neutralizzanti diretti contro proteine dell’"envelope" virale.

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