Mia, a young bonobo female from the Fekako community, vocalizing in response to distant group members. Credit: Martin Surbeck, Kokolopori Bonobo Research Project.
Le interazioni quotidiane si fondano su aspettative, regole implicite e categorie sociali che ci aiutano a interpretare il comportamento degli altri e a coordinare le nostre azioni. Indagare come le categorie sociali, le norme e i valori possano rendere possibile il coordinamento sociale è uno degli obiettivi del progetto The Normative Roots of Social Kinds-NORSK, coordinato dal dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano e finanziato dal Fondo Italiano per la Scienza (FIS).
Il progetto interdisciplinare coinvolge alcune discipline come la filosofia, le scienze cognitive e la ricerca empirica. In questa ricerca si inserisce il lavoro di Mélissa Berthet, ricercatrice dell’Università degli Studi di Milano, da tempo impegnata nello studio della comunicazione dei primati: un lavoro sul campo, con i bonobo nella Repubblica Democratica del Congo – oggetto anche di un’intervista sulla CNN, per comprendere come segnali, aspettative e interazioni contribuiscano al coordinamento tra individui. Il lavoro della ricercatrice, con le osservazioni sui primati, sarà uno dei contributi di punta per il nuovo progetto avviato in Statale.
“L’uomo è una delle tante specie animali sociali - spiega Francesco Guala, Principal Investigator del progetto Norsk e docente di Economia Politica. Il progetto NORSK mira, fra le altre cose, a comprendere i meccanismi di comunicazione che permettono ad alcune specie non-umane di sviluppare forme di cooperazione basate su meccanismi normativi. Il lavoro di Mélissa Berthet sui gorilla si colloca all’interno di questa linea di ricerca”.
“La ricerca di Mélissa su come i gorilla segnalano il loro impegno nelle azioni congiunte ci permette di individuare i meccanismi di base che condividiamo con altre specie e, al tempo stesso, di comprendere quali capacità siano peculiari degli esseri umani”, afferma John Michael, docente di Logica e Filosofia della Scienza in Statale.
Abbiamo intervistato Mélissa Berthet, selezionata tra i finalisti del premio Coller-Dolittle, percapire come è avvenuta l’osservazione dei bonobo nella Repubblica Democratica del Congo.
C5 Tupac, a young male bonobo scratching its head. Credit: Lukas Bierhoff, Kokolopori Bonobo Research Project
Come si è svolto e quanto è durato il lavoro sul campo nella Repubblica Democratica del Congo per registrare i richiami dei Bonobo?
Ho condotto il mio studio presso il Kokolopori Bonobo Research Project nella Repubblica Democratica del Congo, un sito di ricerca a lungo termine in cui tre comunità di bonobo sono state abituate alla presenza di osservatori umani. Ciò che rende Kokolopori particolarmente interessante è che il progetto è stato avviato ed è tuttora fortemente sostenuto dalle comunità locali, che hanno iniziato ad abituare i bonobo alla presenza umana circa 15 anni fa. I bonobo che vengono studiati sono quindi abituati alla presenza umana, il che significa che i ricercatori possono osservare il loro comportamento naturale da vicino senza disturbarli. In generale, noi non interferiamo affatto nella vita degli animali (non li nutriamo, non li tocchiamo, incrociamo il loro sguardo solo di rado, rimaniamo in silenzio il più possibile), in modo da non disturbarli. L’obiettivo è cercare, per quanto possibile, di far sì che si dimentichino della nostra presenza, in modo da poter osservare comportamenti il più naturali possibile.
In totale, ho trascorso circa otto mesi nella Repubblica Democratica del Congo lavorando sia con assistenti locali sia con ricercatori internazionali. Il sito di ricerca si trova in un luogo davvero remoto: dopo essere atterrati a Kinshasa abbiamo volato con un piccolo aereo charter fino a una cittadina della regione, poi abbiamo viaggiato in moto per circa sei ore fino al villaggio più vicino e da lì abbiamo camminato per un’ora nella foresta prima di raggiungere l’accampamento.
Come si svolgeva una giornata tipo?
Una tipica giornata sul campo iniziava intorno alle 3.30 o alle 4 del mattino. Camminavamo da 30 minuti a due ore per raggiungere i bonobo prima che lasciassero i nidi in cui avevano dormito. Li seguivamo poi per tutta la giornata fino a quando, nel tardo pomeriggio, di solito verso le 16 o le 17, si fermavano a costruire nuovi nidi. A seconda della giornata, poteva capitare di percorrere a piedi dai 15 ai 20 chilometri attraverso la foresta per osservarli.
Vivevamo in un accampamento piuttosto spartano nel cuore della foresta pluviale; dormivamo in tenda e utilizzavamo pannelli solari per caricare le nostre attrezzature di ricerca. I cellulari non prendevano e non avevamo accesso a Internet. Ci lavavamo nel fiume e bevevamo acqua del fiume filtrata. Mangiavamo cibo preparato all’accampamento, fatto principalmente con ingredienti locali: qualsiasi prodotto più industrializzato doveva essere trasportato in aereo e, dato che gli aerei charter volano in quella zona solo ogni due o tre mesi, non avevamo a disposizione cibi occidentali, a parte la pasta, che potevamo mangiare una o due volte alla settimana.
Come avete raccolto ed analizzato i richiami dei bonobo?
Raccogliere dati sui bonobo selvatici è estremamente complicato. Per acquisire il maggior numero possibile di vocalizzazioni, portavo con me un microfono durante tutta la giornata e registravo continuamente. Una delle difficoltà è che i bonobo possono rimanere in silenzio per ore e poi improvvisamente produrre vocalizzazioni in coro, con diversi individui che emettono richiami tutti insieme. Questo rende difficile identificare quale individuo abbia prodotto quale richiamo. Di conseguenza, c’erano giorni in cui, dopo 8–12 ore nella foresta, tornavo all’accampamento avendo registrato 50 vocalizzazioni, mentre in altri giorni potevo ritornare senza averne registrata neanche una.
Ogni volta che riuscivo a registrare una vocalizzazione e a identificare con certezza l’individuo che l’aveva emessa, descrivevo il contesto nel modo più dettagliato possibile, dicendo ad alta voce nel microfono tutto ciò che osservavo attorno all’individuo al momento della vocalizzazione. Poiché i bonobo trascorrono tipicamente gran parte della giornata in gruppi relativamente piccoli, da sei a otto individui, spesso si riesce a osservare la maggior parte delle interazioni sociali in corso, anche se questo richiede un addestramento approfondito e buone capacità di osservazione.
Una volta ritornata all’accampamento, elaboravo le registrazioni. Anche questo lavoro era estremamente impegnativo: per due giorni di raccolta dati con i bonobo, avevo bisogno di almeno un giorno intero di elaborazione dei dati all’accampamento. Questo comportava individuare le vocalizzazioni di buona qualità all’interno di registrazioni anche molto lunghe. Per ogni richiamo, codificavo poi il suo contesto di emissione rispondendo a più di 300 domande, che riguardavano le azioni del soggetto che emetteva il richiamo (ad esempio se si stava nutrendo, pulendo, spostando o se stava interagendo con un altro bonobo), le reazioni degli altri bonobo (che cosa iniziavano o continuavano a fare, o che cosa invece smettevano di fare) e gli eventi esterni (ad esempio la presenza di prede, pioggia, altri animali, ecc.). Queste informazioni contestuali venivano estratte dagli appunti vocali che avevo registrato sul campo.
Come è stata gestita la mole di dati?
Abbiamo raccolto circa mille vocalizzazioni dei bonobo, che abbiamo poi analizzato una volta che sono rientrata all’Università di Zurigo, ho svolto analisi statistiche per verificare se alcune vocalizzazioni fossero sistematicamente associate a uno o più parametri contestuali. Questo mi ha permesso di determinare, per ogni tipo di richiamo dei bonobo, che cosa accade quando quella vocalizzazione viene emessa, e quindi quale sia il significato di quella vocalizzazione.
Gorilla group: Credits: Martha M. Robbins/MPI-EVA.
Ci sono già dei primi risultati sulle dinamiche sociali dei bonobo?
Non mi occupo di dinamiche sociali, ma posso dirvi qualcosa in più sulle mie ricerche passate.
L’anno scorso abbiamo pubblicato un articolo sulla comunicazione vocale dei bonobo selvatici, che ha beneficiato di un’ampia copertura mediatica dopo essere stato selezionato per il premio Coller-Dolittle, un'iniziativa scientifica internazionale che offre fino a dieci milioni di dollari a chiunque riesca a sviluppare un sistema per decifrare e tradurre la comunicazione tra gli esseri umani e gli animali. In sintesi, abbiamo dimostrato che i richiami dei bonobo hanno un significato e che questi animali sono in grado di combinarli in sequenze simili alle frasi umane. Ciò suggerisce che la capacità di costruire significati complessi a partire da unità vocali più piccole fosse già propria dei nostri antenati di almeno sette milioni di anni fa, se non prima.
Come il suo lavoro si inserisce nel progetto Norsk?
Nell’ambito del progetto NORSK studierò il fenomeno dell’impegno congiunto (joint commitment) nei gorilla di montagna selvatici. Per farlo condurrò ricerche sul campo nella foresta impenetrabile di Bwindi, in Uganda, che ospita circa la metà della popolazione mondiale di gorilla di montagna. Lì raccoglierò dati dettagliati sul loro comportamento e sulla loro comunicazione, tra cui vocalizzazioni, gesti, espressioni facciali e posture corporee. In particolare, filmerò i gorilla durante le attività condivise e analizzerò se usino la comunicazione per avviare o coordinare queste attività.
Il mio contributo al progetto si basa su oltre 13 anni di esperienza nello studio della comunicazione nei primati selvatici. Ho condotto ricerche sul campo su diverse specie, tra cui le scimmie urlatrici in Messico, le scimmie titi in Brasile e i bonobo nella Repubblica Democratica del Congo, trascorrendo in totale circa tre anni a raccogliere dati sui primati selvatici in siti di ricerca remoti. Questa esperienza è essenziale per indagare come i gorilla coordinino il loro comportamento e se manifestino forme di impegno congiunto. La ricerca sui gorilla è stata condotta nell'ambito del progetto a lungo termine sui gorilla dell'Istituto Max Planck di Antropologia Evolutiva.
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Francesco Guala
Dipartimento di Filosofia Piero Martinetti
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