Pubblicato il: 14/07/2020
Il documento prodotto dall’InterAcademyPartnership (IAP)

Il documento prodotto dall’InterAcademyPartnership (IAP)

Nel dicembre 2019, l’UNESCO ha deciso di varare una serie di Raccomandazioni sul tema dell’Open Science per creare un sistema globalmente accettato di norme, standard e best practices da estendere ai 193 paesi membri dell’Agenzia ONU.

Nell’aprile 2020, l’InterAcademy Partnership (IAP), rete globale di 140 partner tra le principali Accademie scientifiche, tecniche e mediche nel mondo - per l’Italia, ne fanno parte l’Accademia dei Lincei e l’Accademia Nazionale di Medicina – ha risposto con favore alla richiesta dell’UNESCO di contribuire con un proprio documento preparatorio alla stesura di queste Raccomandazioni.

Con Maria Luisa Meneghetti, docente di Filologia e Linguistica romanza all’Università Statale di Milano e tra i 10 membri del gruppo di lavoro di IAP, autore del documento inviato all’UNESCO, ripercorriamo i principali aspetti emersi e le sfide future contenute nel documento prodotto.
 

Professoressa Meneghetti, qual è il ruolo dell’InterAcademy Partnership in questo processo di costruzione di una “cultura globale” dell’Open Science da parte dell’UNESCO?

La missione dell’InterAcademy Partnership è quella di fornire indicazioni concrete per promuovere l'eccellenza nell'insegnamento scientifico, migliorare la salute pubblica e raggiungere essenziali obiettivi di sviluppo. Sebbene le attività di IAP siano prevalentemente orientate verso aspetti e problematiche delle scienze dure e delle scienze applicate (basti dire che l’Inghilterra è rappresentata dalla Royal Society e non dalla British Academy), alcune delle questioni cruciali affrontate coinvolgono direttamente anche le scienze umane. Fra tali questioni, vi è il tema dell’Open Science - e quello, parallelo dell’Open Access. Il gruppo di lavoro di IAP di cui faccio parte e che ha lavorato alla stesura di questo documento è infatti volutamente rappresentativo di diversi settori di ricerca - dalla medicina alla fisica, dall’informatica alla biologia e alle scienze umane – oltre che di differenti aree geografico-culturali: Filippine, Pakistan, Europa, Africa, Stati Uniti e America meridionale.

Oltre ai già noti FAIR principles - Findability, Accessibilty, Interoperability and Reusability – nel vostro documento si parla anche di Open Science by design. Di cosa si tratta?

La definizione è entrata nel dibattito sull’Open Science solo in anni molto recenti grazie ad alcune pubblicazioni, una delle quali uscita negli Stati Uniti nel 2018 e coordinata da un membro del nostro gruppo di lavoro, che insegna presso la Harvard Medical School. Il sottotitolo di questo volume (Realizing a Vision for the 21st Century Research) ne spiega benissimo la dimensione progettuale – e forse, in qualche misura, utopica. In sostanza, quella che viene sottolineata è la necessità che ogni ricerca sia sostenuta da un set di principi e pratiche che ne garantiscano l’“apertura” fin dai suoi primi passi e lungo tutto il ciclo della sua vita scientifica. Si tratta di passare da un’attività scientifica che rende aperti e accessibili i soli risultati ottenuti, diciamo a valle del processo, a un modo di fare ricerca progettato sin dall’inizio e poi sviluppato secondo principi che ne consentano agevolmente la fruizione in modalità aperta.

Accanto alla necessità di investire nelle tecnologie di condivisione di dati e risultati tra ricercatori, quali sono le sfide che il mondo della ricerca e della politica della ricerca deve affrontare per costruire una vera e propria cultura "globale" dell'Open Science?

La prospettiva iniziale da cui ci siamo mossi è fondamentalmente quella dei ricercatori, ossia dei produttori di scienza, ma non abbiamo dimenticato la duplice e spesso divergente prospettiva degli intermediari e dei beneficiari dell’Open Science. I due principali ostacoli – o le due principali sfide, se vogliamo essere ottimisti – a una libera circolazione dei dati scientifici sono, da un lato, la mancanza di pari opportunità di accesso ai dati, in un quadro globale in cui interi paesi, se non addirittura interi continenti come l’Africa, hanno perfino problemi ad assicurare forme stabili e sicure di connessione ad Internet; d’altro lato, resta ancora forte un freno o addirittura uno stop - per ragioni ideologiche, economiche o di altro tipo - al libero accesso ai dati e ai relativi risultati delle ricerche da parte dei rappresentanti politici di alcuni Stati. Altra sfida – tornata di particolare attualità in epoca di COVID-19 - riguarda l’accesso e l’utilizzo, soprattutto da parte dei “non addetti ai lavori”, dei raw data ma anche, più in generale, di dati ricavabili da ricerche non ancora validate. La strada da percorrere potrebbe essere quella dell’inserimento di questo tipo di materiali e prodotti della ricerca in specifici Repositories o quantomeno la segnalazione obbligatoria che si tratta di dati grezzi o di ipotesi non (ancora) validate.
 

Nel vostro documento redatto per l’UNESCO avanzate una serie di proposte per implementare l'Open Science a livello globale. Quali sono, secondo lei, quelle più adatte e più urgenti da realizzare per centrare l’obiettivo?
 

Vorrei insistere sul tema dell’Open Access delle pubblicazioni scientifiche e, più in particolare, sul problema dell’Open Access nelle scienze umane, con una premessa importante: su 10 membri del gruppo di lavoro IAP, io ero l’unica rappresentante di area strettamente umanistica. Nella nostra area disciplinare vigono delle prassi di pubblicazione che solo in parte coincidono con quelle delle aree delle scienze (e in particolare delle scienze applicate): la pubblicazione in rivista non è affatto maggioritaria, ma prevalgono le monografie o i saggi in volume collettaneo, tipologie che vanno comunque salvaguardate così come l’attività di quegli editori con alto livello di competenza e specializzazione ma di dimensioni medio-piccole, che sono di fatto i nostri editori (nel senso di publishers) ideali. Nelle Humanities, poi, la ricerca individuale prevale ancora nettamente sulla ricerca di gruppo, con ricadute negative sulla possibilità, spesso remota, per i giovani ricercatori, magari non ancora strutturati, di essere inseriti in ricerche collettive dotate di specifici fondi per le pubblicazioni.

Per ovviare a questo tipo di problemi spesso si pensa sia sufficiente reindirizzare i fondi risparmiati dall’abolizione degli abbonamenti alle riviste, mentre sarebbe, a mio avviso, molto più efficace un fondo di finanziamento pubblico creato ad hoc, a livello ministeriale o di singolo Ateneo, che garantisca alle migliori ricerche anche le migliori sedi di pubblicazione.

Più in generale, bisogna fare molta attenzione al rischio che i grandi editori internazionali consolidino sempre più il loro monopolio. Di recente alcuni Atenei, fra cui l’Università Statale di Milano, hanno firmato un accordo con uno dei maggiori editori scientifici: si tratta di una buona mossa a patto che questo tipo di accordi si estenda a tutti i publishers, anche quelli medio-piccoli. Un buon editore “di cultura” - come si diceva un tempo - è il miglior canale di comunicazione e diffusione del pensiero scientifico-accademico presso il pubblico più ampio. E in un momento in cui si comincia a capire il valore della cosiddetta Terza Missione, questo dato dev’essere tenuto ben presente.

 

Il documento completo del gruppo di lavoro di IAP è scaricabile dai Materiali allegati a questa news.

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