Pubblicato il: 26/02/2026
Studentesse e studenti al tribunale di Como

Studentesse e studenti al tribunale di Como

L’Università Statale di Milano, con il suo Osservatorio sulla Criminalità Organizzata (CROSS), ha reso omaggio agli studenti e alle studentesse che hanno seguito passo dopo passo il processo per l’omicidio di Cristina Mazzotti, la giovane – allora 18enne - sequestrata e uccisa dalla ’Ndrangheta nel 1975

Il processo, svoltosi a Como, si è concluso nei giorni scorsi.  La Corte d'Assise ha condannato all'ergastolo gli imputati Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella.  Cristina Mazzotti, figlia di un industriale, venne rapita il 1° luglio 1975 mentre rincasava nella villa di famiglia, a Eupilio, dopo aver festeggiato il diploma e venne ritrovata morta in una discarica due mesi dopo.

 Nel 1977 vennero condannate, per il rapimento e l’omicidio, 13 persone, di cui otto all'ergastolo. Tra questi non c'erano però gli esecutori materiali: le impronte digitali allora raccolte sull'auto della giovane non furono infatti utili, con le conoscenze scientifiche del tempo, ai fini delle indagini. Con le nuove banche dati, invece, le indagini hanno potuto andare a segno, fino all’incriminazione e alla celebrazione del processo – durato circa due anni - per i due  uomini, poi condannati. 

Lungo questo percorso, a seguire le udienze che hanno portato alla condanna, un gruppo di studentesse e studenti universitari e liceali, circa 90, vere e proprie sentinelle strette, idealmente, intorno alla memoria di Cristina e alla sua famiglia, la cui presenza è stata ‘organizzata’ in particolare grazie all’impegno di un gruppo di studentesse e studenti universitari della Statale e liceali:Ilaria Franchina, laureata in Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace in Statale, allieva del professor dalla Chiesa e membro della Scuola di Formazione Antonino Caponnetto, ora studentessa magistrale all’Università Bicocca; Lavinia Torelli, laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee in Statale, studentessa del professor dalla Chiesa, firma di StampoAntimafioso, ora studentessa magistrale presso la Charles University di Praga, Marika Trivigno, studentessa di Giurisprudenza in Statale, ex referente del presidio Libera di Varese; Matilda Vaglio, studentessa di Giurisprudenza in Statale, membro del presidio universitario di Libera; Gabriele Ambrosio, studente di Giurisprudenza presso l’Università Bocconi di Milano, ex referente del presidio Lea Garofalo di Milano; Leonardo Verza, studente al IV anno presso il Liceo Scientifico Virgilio di Milano; Amelie Rose Cattaneo, studentessa al V anno del Liceo Classico Carducci di Milano, lo stesso istituto che frequentava Cristina Mazzotti.

Un momento della cerimonia in Statale

Un momento della cerimonia in Statale

La cerimonia con la consegna dell'attestato per premiare il loro impegno si è tenuta presso la sede dell’Ateneo in via Conservatorio, alla presenza di Arianna Mazzotti, presidente della Fondazione intitolata alla memoria della zia Cristina, il professor Nando dalla Chiesa, delegato della Rettrice sui temi della criminalità organizzata e dell’educazione alla cultura antimafia e presidente onorario di Libera, la professoressa Mariele Merlati, direttrice di CROSS, e il professor Marco Pedrazzi, direttore del dipartimento di Studi internazionali, giuridici e storico-politici della Statale. 

A Cross, a tutto il gruppo di Nando dalla Chiesa, e soprattutto agli studenti – è stato il messaggio della rettrice Marina Brambilla - che hanno voluto levare alte le loro voci perché nessuno dimenticasse uno dei fatti più tragici della nostra storia va la mia più profonda gratitudine da Rettrice della Statale. Quando lo studio e la formazione che si svolgono in Università riescono a suscitare questa passione civile, quando il dovere della testimonianza e la ricerca della giustizia e della verità mostrano questa fermezza, siamo davvero di fronte alla nostra Meglio Gioventù ma anche di fronte a grandi Maestri. La Statale è orgogliosa di voi”.

All’inizio ho sottovalutato anche io quello che le mie studentesse stavano facendo - racconta il professor dalla Chiesa -. MI hanno detto che andavano a seguire le udienze del processo, mi faceva piacere e l’ho considerato subito un gesto importante per una vicenda che racconto sempre nel mio corso e raccontata anche con lo spettacolo ‘Cinque centimetri d’aria’. Non avevo capito che stavano smuovendo un movimento, gruppi di universitari, liceali. Sono davvero orgoglioso di quello che hanno fatto, oltretutto in un contesto, come quello del tribunale di Como, dove una cosa così non si era mai vista, in un territorio dove la criminalità si è profondamente infiltrata. E con grande soddisfazione sottolineo che sono state soprattutto le ragazze a impegnarsi, in questo come in altri casi: l’antimafia è donna”. 


 

 

Con un’intervista corale, abbiamo chiesto ai protagonisti di questa storia di impegno civile di raccontarci le ragioni della scelta, le emozioni vissute e il valore della loro partecipazione al processo. 

Avete organizzato voi, la presenza al processo. Perché è nata questa urgenza? 

Lavinia: La volontà di partecipare al processo è nata in maniera differente per ognuno di noi. Ognuno ha percorso una strada diversa che lo ha portato a sentire la necessità di partecipare. Alcuni di noi hanno ascoltato la storia di Cristina Mazzotti dalle lezioni del professor dalla Chiesa; altri di noi hanno conosciuto la sua storia durante un campo estivo dell’associazione Libera grazie all testimonianza di Arianna Mazzotti .

Amélie: Non è stata un’urgenza ma un grande desiderio. Secondo me è molto più bello essere mossi dal desiderio che che dall’urgenza che invece rimanda a un’idea di allarmismo e necessità. Il desiderio è infatti qualcosa che suscita la curiosità e su cui scelgo di investireIl desiderio verso la partecipazione è ancora più prezioso perché avvicina a una cosa lontana da noi, facendoci muovere, al punto che dei ragazzi che di solito non si muovono mai da Milano hanno scelto di andare a Como per vedere quale sia il volto della mafia. I miei compagni di classe, che ho coinvolto in questa esperienza, mi hanno detto che sono stati colpiti dall’assistere a un processo come questo e dal vedere da vicino “un mafioso”.

Ilaria: la risposta a questa domanda è molto semplice: risiede nella storia italiana dell’antimafia, efficacemente sintetizzata nelle parole del giudice Antonino Caponnetto, che, dopo Rocco Chinnici guidò il pool di Palermo che permise l'istituzione del Maxiprocesso: «La mafia teme la scuola più della giustizia, l’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa». Per questo la scuola deve essere in prima fila nella lotta alla mafia. Ricordiamo che storicamente, ne è stata protagonista. Nel caso del processo per il rapimento di Cristina Mazzotti, grazie al coordinamento che Gabriele Ambrosio ha costruito per Libera, siamo riusciti a portare in aula più di novanta ragazzi. Una parte di scuola, studenti e docenti, hanno risposto all’appello più importante. 

Perché è importante partecipare a questo tipo di processi? Quale significato sociale e politico ha?

 Lavinia: Siamo in un periodo storico di bassa attenzione sociale verso le mafie. Il pubblico generalista vede che non uccidono più come prima e pensa siano più deboli o che si siano spostate nelle grandi imprese finanziarie. L'attenzione ai processi di mafia è quindi calata sempre di più, specialmente nel caso della vicenda Mazzotti che risale a cinquant'anni fa. Essere presenti al processo significa, oltre a sostenere i parenti delle vittime, mostrare alla criminalità organizzata che la società civile c'è e che la soglia dell'attenzione rimarrà sempre alta. Questa prova avviene direttamente nei confronti della criminalità organizzata, ma in qualche modo vogliamo pensare di arrivare indirettamente alla politica. Con la presenza a questo processo, e in futuro con la presenza di alcuni di noi al processo “Hydra”, vorremmo aiutare a tenere accesa la luce sul fenomeno delle mafie in modo che anche la classe politica e di goverrno ne sia consapevole e agisca. 

Marika: È stato necessario attivarsi per combattere il muro dell’indifferenza e trasporre storie di attualità e consapevolezza. Non si può lasciare confinato nell’aula di un tribunale e a chi vi lavora, in questo caso la magistratura e l’avvocatura, il compito di impegnarsi su una questione così emblematica. Il tema di fondo è che la storia di Cristina Mazzotti è una storia di memoria viva, che richiede la compartecipazione di tutti gli attori sociali. La ricaduta sociale di questo impegno è un passaggio di consegne ai giovani perché una storia individuale, di una singola famiglia, diventi una storia collettiva, una testimonianza di memoria viva grazie all’impegno delle associazioni della società civile e alle istituzioni come CROSS.

 Cosa ha significato per voi partecipare e vivere 'da dentro' una storia così dolorosa? 

Amélie: Il dolore in generale ci tocca a tanti livelli. Io l’ho vissuta come un'esperienza dolorosa e logorante, per il linguaggio che è stato usato per parlare della vittima. Mi ha fatto riflettere sul fatto che l’esperienza giudiziaria non sia una risposta al dolore, ma spesso ottiene l’effetto opposto, può accrescerlo. Questo non cambia la mia fiducia nel sistema giudiziario, ma ho pensato molto ai familiari di Cristina che hanno dovuto aspettare tutta la vita per avere giustizia e ora hanno dovuto sentir parlare di lei come se fosse un oggetto.

Lavinia: La storia di Cristina Mazzotti è straziante, difficile da commentare per quanto abbia dovuto vivere in condizioni disumane. Abbiamo cercato di non avere paura di questo dolore, ma di capirlo fino in fondo. Dopo le prime udienze siamo andati a vedere lo spettacolo teatrale "5 centimetri d'aria" (realizzato in collaborazione con CROSS, guidato dal professor dalla Chiesa) basato sulla storia di Cristina e udienza dopo udienza abbiamo conosciuto la sua famiglia, in particolare Arianna, sua nipote. Abbiamo cercato di tradurre tutto ciò in impegno e speranza, ci siamo fatti spronare dalla storia di Cristina. Ogni volta che il giorno di una nuova udienza si avvicinava, nella nostra mente si rafforzava la certezza che anche quella volta ci saremmo andati, e a quella dopo ancora, per Cristina, per la sua famiglia e per dimostrare alla società che la mafia colpisce sempre.

La vostra azione di partecipazione attiva è "ispirata" ad altri casi? E' gia' successo?

 Ilaria: Non è la prima volta che l’Università degli Studi di Milano, attraverso Cross, dimostra la capacità che l’accademia ha di incidere sulla società, contribuendo a tirarne fuori il volto migliore. È il caso delle studentesse, come all’epoca era Sara Manisera - oggi pluripremiata giornalista freelance - , che durante il processo per l’omicidio di Lea Garofalo (2009) non solo prendevano parte alle udienze, ma attraverso i loro articoli pubblicati su StampoAntimafioso, traducevano dal linguaggio giuridico quanto stava avvenendo in aula, così che studenti e studentesse delle superiori che presenziavano potessero comprendere appieno lo svolgimento del processo. Una forma di partecipazione accademica e civile è stata anche quella di Mattia Maestri, che con la sua ricerca per Cross sull’omicidio di Pietro Sanua (avvenuto nel 1995), ha fatto sì che si riaprissero le indagini sul caso. Così come il contributo alle vicende mafiose di Ostia, messe ben a fuoco dai ragazzi e dalle ragazze che durante l’”Università Itinerante” (del 2015) guidata dal professor dalla Chiesa, seppero raccogliere dati sul campo, poi utili ai pm che indagavano sul territorio. E ancora la partecipazione della società civile che sostenne - anche economicamente - i familiari delle vittime al Maxiprocesso di Palermo, tra le fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. È un movimento continuo, che di volta in volta si muove su gambe differenti, ma porta avanti gli stessi valori di solidarietà, impegno per verità e giustizia e non rassegnazione.

Cosa significa interessarsi di mafie, oggi, qual è l'insegnamento più importante di questa esperienza?

 Amélie: Significa prendere consapevolezza di fin dove può arrivare la cultura mafiosa. Questa consapevolezza ti consente di prenderne le distanze e fare delle scelte. Ti consente di guardare la realtà con occhi nuovi e abitare quei contesti che hanno cambiato come noi in primo luogo agiamo.

 Marika: Credo che oggi significa semplicemente prendere consapevolezza innanzitutto del fatto che le mafie esistono, fanno parte della società e quindi, nel senso del contrasto ad esse, significa prenderne consapevolezza ed educare alla legalità. Il contrasto arriva solamente una volta che si è creato un contesto fertile in termini di valori e di educazione alla legalità. Ilaria: Significa declinare le competenze acquisite in ambito accademico nella realtà che viviamo quotidianamente, facendo la nostra parte per contribuire al miglioramento della società. Significa contribuire a sgombrare il campo da stereotipi consolidati nel tempo che impediscono di comprendere quale sia il vero volto della mafia e diventare anticorpi sani, Contribuire affinché i diritti di tutte e tutti vengano effettivamente garantiti e non più ostacolati dal potere mafioso. Significa, in fin dei conti, chiedere le piene garanzia e tutela di quei diritti che la nostra Costituzione sancisce come spettanti a tutti, ma che per tante persone non si riescono a concretizzare. Significa ribellarsi all’oppressione arrogante di chi crede di poter decidere della vita altrui. 

 

 

 

 

Quando il dovere della testimonianza e la ricerca della giustizia e della verità mostrano questa fermezza, siamo davvero di fronte alla nostra Meglio Gioventù ma anche di fronte a grandi Maestri. La Statale è orgogliosa di voi