Pubblicato il: 03/09/2026
Data Center.

Data Center.

I data center sono diventati il fulcro dell’economia digitale, custodiscono, elaborano e distribuiscono enormi quantità di informazioni che alimentano servizi come l’intelligenza artificiale. In Lombardia si è verificato un boom di creazione di data center, soprattutto nella pianura nella fascia tra Milano e Pavia. Basti pensare che la provincia di Milano conta 33 impianti e in Italia ci sono 250 data center, rientrando nella top ten dei Paesi con più strutture di questo tipo. 

Non solo l’utilizzo dell’AI ma anche l’introduzione, nel 2018, del GDPR – Regolamento europeo sulla protezione dei dati - ha incentivato la costruzione di data center all’interno del territorio europeo, poiché molte aziende preferiscono conservare i dati direttamente nell'UE per rispettare più facilmente la normativa UE ed avere accesso all’appetibilissimo mercato UE.

Del tema, anche con un incontro organizzato lo scorso giugno e intitolatoData center per l’innovazione: regolazione, diritti e terzo settore”, si è occupato anche il Ceridap, Centro di Ricerca Interdisciplinare sul Diritto delle Amministrazioni Pubbliche dell’Università degli Studi di Milano. 

Per capire come l’Europa e l’Italia si sono attrezzati per normare il fenomeno e quali interessi e prospettive di ricerca apra, abbiamo intervistato Diana Urania Galetta, docente di Diritto Amministrativo del dipartimento di Diritto Pubblico Italiano e Sovranazionale e direttore del Ceridap. 

Il Centro di ricerca rappresenta un luogo di approfondimento e ricerca sui temi connessi al funzionamento della Pubblica amministrazione in una prospettiva di cosiddetta “buona amministrazione”, identificandosi anche come soggetto interlocutore di istituzioni pubbliche e private, nazionali ed europee, ad essi interessate. Nel contesto attuale il concetto di buona amministrazione si declina anche attraverso la costituzione dei data center e l’impatto ambientale, sociale che generano.

Cosa sono i data center?

Lo spazio dove vengono archiviati i dati è il data center. Ogni ricerca online fatta, ogni video in streaming guardato, ogni messaggio inviato, passa per i data center.

Il concetto di data center si è peraltro molto evoluto nel tempo. Oggi i dati di una stessa organizzazione si trovano su più di un data center: data center propri, data center di fornitori terzi, sedi, cosiddetti disaster recovery, location facility, oltre che in cloud pubblici e privati. Per esempio, un’università può avere dati amministrativi in un proprio data center, backup in un altro sito e servizi digitali ospitati presso un provider esterno.

I data center dove sono collocati?

La distribuzione geografica di queste strutture non è casuale, dipende dalla presenza di grandi aziende tecnologiche, di infrastrutture energetiche e di rete di qualità e, in alcuni casi, anche dalle normative sulla gestione dei dati. Non stupisce constatare che ad oggi, gli Stati Uniti concentrano circa il 38% dei data center del Pianeta, con oltre quattromila strutture operative. Questa leadership è strettamente collegata alla forza dell'industria tecnologica statunitense. Giganti, come Amazon, Google e Microsoft, gestiscono enormi infrastrutture cloud che richiedono una rete estesa di centri di elaborazione dati distribuiti sul territorio. L'Europa rappresenta, però, uno dei poli più importanti al di fuori del Nord America. Nel continente si contano circa tremilacinquecento data center distribuiti tra i diversi Paesi. 

Data center.

Data center.

Cosa ha spinto all’incremento della creazione dei data center?

Ci sono diversi fattori che hanno contributo alla diffusione dei data center: la densità economica, la qualità delle reti internet e anche il quadro normativo europeo (GDPR). Inoltre, mentre anche negli Stati Uniti cresce la mobilitazione dei cittadini per impedire nuove installazioni di data center, al punto che  nel mese di  luglio di quest’anno  la governatrice dello Stato di New ha deciso di firmare  il primo “executive order” inteso a vietare, per la durata di un anno, la costruzione di nuovi  data center  che utilizzino 50 megawatt o più di energia, la distribuzione globale mostra come l'Asia stia invece aumentando progressivamente il proprio peso in questo settore, con Cina, India, Giappone e diversi paesi del Sud-Est asiatico che stanno investendo in nuove infrastrutture, sostenute da mercati digitali in forte crescita e da popolazioni estremamente connesse. Occorre peraltro precisare che il nuovo Digital Omnibus Package dell’Unione europea (approvato in prima lettura dal Parlamento Europeo) non disciplina direttamente i data center come infrastrutture fisiche. Li tocca solo indirettamente nella misura in cui semplifica e riorganizza regole su dati, cloud computing, cambio di fornitore cloud e cybersecurity reporting.

La disciplina UE specifica sui data center rientra invece in un altro filone: quello sull’efficienza energetica ed è quindi contenuto nel cosiddetto Energy Efficiency Policy Package. A questo riguardo sottolineo che, per misurare consumo energetico e impatto ambientale/climatico dei data center, la direttiva UE sull’efficienza energetica ha introdotto un obbligo di monitoraggio e reporting della performance energetica dei data center.

Si tratta dell’art. 12 della Direttiva (UE) 2023/1791 sull’efficienza energetica che prevede che ogni anno gli Stati membri debbano imporre ai proprietari e agli operatori di data center situati nel loro territorio, con una domanda di potenza IT installata pari ad almeno 500 kW, di monitorare e rendere pubbliche le informazioni indicate nell’allegato VII, salve le informazioni protette dal diritto UE o nazionale e che riguardino segreti commerciali, segreti d’impresa e obblighi di riservatezza.

In attuazione della Direttiva è stato poi adottato il Regolamento delegato (UE) 2024/1364 della Commissione, del 14 marzo 2024, sulla prima fase dell’istituzione di un sistema comune di classificazione dell’Unione per i data center.

C'è un dialogo con il territorio da parte delle parti politiche per la costruzione di nuovi data center?

In Italia manca ancora un dibattito politico nazionale strutturato sul tema dei data center. Questo rende il dialogo con il territorio spesso frammentato, se non del tutto assente. 

Le comunità locali - e i vari comitati che sono sorti a difesa delle ragioni delle popolazioni locali - chiedono a gran voce maggiore trasparenza sui processi autorizzativi e sulla sicurezza delle risorse, creando, più che un dialogo, crescenti tensioni con le istituzioni. 

Nel gennaio 2026, Alessio Butti, sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio con delega all'Innovazione, aveva indicato le linee guida dell'evoluzione in atto, sottolineando come la strategia del Governo su questo fronte fosse di “rendere l'Italia un Paese affidabile per le infrastrutture digitali critiche”, anche tramite procedimenti intesi a “semplificare e rendere più prevedibili i procedimenti autorizzativi, perché senza tempi certi il capitale si orienta verso contesti normativi più chiari". Aveva tuttavia anche evidenziato che, se il ruolo del Dipartimento per la trasformazione digitale è di “stimolo, regia e coordinamento anche nella pianificazione degli investimenti in infrastrutture digitali strategiche e abilitanti come i data center”, allo stesso tempo “il Dipartimento lavora per creare un quadro di riferimento chiaro per gli operatori, facilitando il dialogo tra pubbliche amministrazioni centrali e territorio”. Si tratta dunque di un dialogo, almeno al livello nazionale, ancora tutto da costruire. 

Il consiglio regionale della Lombardia ha approvato, per prima, una legge che regolamenta l’apertura di nuovi data center. Quali sono le eventuali criticità e quali il rapporto con la (futura) normativa nazionale in materia?

Il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato la Legge Regionale 3 giugno 2026, n. 11, Disposizioni in materia di insediamento di centri dati. Si tratta della prima normativa che disciplina specificamente l'insediamento dei data center in Italia. 

La legge regionale lombarda punta sulla rigenerazione urbana: almeno il 75% della superficie dei nuovi impianti deve sorgere su aree dismesse o siti industriali recuperati, per limitare il consumo di nuovo suolo. Intende, inoltre, realizzare obiettivi di efficienza energetica: è obbligatorio il recupero del calore di scarto prodotto dai server destinandolo anche alle reti di teleriscaldamento locale. La legge lombarda punta a offrire regole certe e un procedimento unico per attrarre investimenti strategici legati alla transizione digitale e all'intelligenza artificiale, coinvolgendo al contempo i comuni e le comunità locali.

Naturalmente non tutti sono d’accordo sull’esito: le opposizioni e alcuni sindacati hanno criticato la legge lombarda per la mancanza di una programmazione rigida e, quindi, di tutele realmente vincolanti per i territori. E hanno sottolineato come, così facendo, si lascino i Comuni da soli a gestire la relazione con le grandi multinazionali, con il rischio di fenomeni che vengono qualificati come di “cattura del regolatore”. Quanto al rapporto tra la legge lombarda e il quadro normativo nazionale, la legge lombarda si inserisce in un vuoto normativo a livello nazionale. Lo Stato è intervenuto sinora solo in via d'urgenza, e con provvedimenti sparsi. 

Il più recente fra questi è il Decreto Legge 21/2026 (convertito in l. 49/2026, Misure urgenti per la riduzione del costo dell’energia elettrica e del gas) che introduce un procedimento unico per i data center (PUCD) per semplificarne e accelerarne la realizzazione in Italia. Ma molte sono state le criticità sottolineate a questo riguardo dai relatori che hanno preso parte al convegno organizzato dal Centro di ricerca CERIDAP lo scorso 25 giugno. Sembra cioè auspicabile che il legislatore nazionale intervenga nuovamente, questa volta con una vera legge quadro nazionale unitaria di pianificazione dei data center.

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