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Immagine tratta da Unsplash – Foto di Tim Mossholder
La diffusione, la distribuzione e le conseguenze del senso di colpa materno e paterno nel contesto italiano, con particolare attenzione agli effetti sulla conciliazione tra lavoro e famiglia, sull’occupazione e sulle scelte riproduttive. Questi i temi del progetto PRIN MatGuilt (Maternal guilt: Measurement, correlates, and policy solutions in the Italian context) condotto dall’Università Statale di Milano e guidato dalla professoressa Giulia Dotti Sani, docente di Sociologia generale del dipartimento di Scienze sociali e politiche.
Il progetto, giunto alla sua conclusione, ha inteso indagare il senso di colpa delle madri – e non solo - quando non riescono a soddisfare le aspettative sociali legate all’“ideale materno”, ed è stato oggetto di un workshop, tenuto il 6 ottobre scorso a Milano, e durante il quale sono stati presentati i risultati di una survey nazionale su 6mila persone, 50 interviste in profondità a madri lavoratrici e gli interventi delle studiose internazionali Anna Tarrant e Lianne Aarntzen.
Con la professoressa Dotti Sani, abbiamo ripercorso le tappe, gli obiettivi e quanto emerso dagli studi condotti su un tema che ha profonde ricadute sociali.
Quando è iniziato il progetto?
Il progetto nasce ufficialmente a settembre 2023 e terminerà a febbraio 2026. Dopo quasi due anni di lavoro sul campo siamo al momento della divulgazione: abbiamo partecipato, con una presentazione, alla Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori e stiamo lavorando a diverse pubblicazioni. In particolare, abbiamo appena firmato un contratto con la casa editrice Palgrave-McMillan per la pubblicazione del volume “The Price of Motherhood:Maternal Guilt in Contemporary Italy”. A progetto concluso molti dei nostri dati saranno pubblicati open access sul dataverse dell’Università.
Il progetto si chiama Maternal Guilt, ma fate riferimento anche ai padri, può spiegare meglio quest’aspetto?
Lo abbiamo chiamato “Mat” perché il progetto tra le altre cose intende offrire una risposta a un paradosso tutto italiano: le donne lavorano poco, ma hanno anche pochi figli. Tuttavia di questi figli sono praticamente le uniche responsabili. Infatti le ricerche precedenti hanno ripetutamente mostrato che le madri continuano a sostenere una responsabilità sproporzionata nella cura dei figli rispetto ai padri e sono più spesso ritenute responsabili del benessere dei propri bambini. Di conseguenza, quando le madri non riescono a soddisfare le aspettative sociali legate all’“ideale materno” - definito da una dedizione intensa, fisica, emotiva e intellettuale ai figli - sperimentano frequentemente il cosiddetto “senso di colpa materno”. Tuttavia, nemmeno i padri sono esenti da sensi di colpa. Possono provarli quando non riescono a trascorrere abbastanza tempo con i figli o quando non soddisfano le aspettative economiche legate al sostegno della famiglia.
Comprendere l’entità e la natura del senso di colpa genitoriale è cruciale, poiché è stato associato a esiti negativi come una ridotta soddisfazione di vita e la depressione.
Inoltre, l’ipotesi che cerchiamo di testare nel progetto è che il senso di colpa genitoriale, e in particolare quello materno, possa essere associato a una minore partecipazione al mercato del lavoro e a una riduzione delle intenzioni di avere figli: due questioni particolarmente rilevanti in Italia, un Paese caratterizzato da una persistente bassa partecipazione femminile al lavoro e da tassi di fertilità eccezionalmente bassi.
Cosa emerge dallo studio che avete condotto?
I nostri risultati sottolineano che il senso di colpa genitoriale è un fenomeno significativo nella società italiana, che coinvolge sia le madri che i padri. Pur essendo influenzato da fattori socio-economici e culturali, persistono chiare differenze di genere, in particolare per le madri chiamate a bilanciare lavoro e famiglia.
Come si misura il senso di colpa?
Chiedendo alle intervistate come si sentono in relazione a situazioni di genitorialità come ad esempio: “come mi sento quando mi prendo tempo per me stessa”, “quando mi arrabbio con mio figlio/a”, “quando non ho abbastanza risorse economiche”, “quando non preparo un pasto adeguato”. Altre domande sono invece focalizzate sull’ambito lavorativo: “come mi sento quando affido mio figlio/a un’altra persona per poter lavorare” oppure, al contrario, non avere il giusto tempo da dedicare al lavoro. Questo aspetto è diffuso sia nelle donne sia negli uomini. In futuro potremmo fare domande diverse alle donne e indagare momento particolari quali il periodo dell’allattamento e poi l’alimentazione, e agli uomini per i quali ci si sposta più su un piano che riguarda l’aspetto economico.
C’è un dato che vi ha stupito?
Abbiamo notato un senso di colpa “anticipato” in un campione più giovane che ancora non ha avuto figli ed è risultato che è diffuso un maggior senso di colpa e di angoscia sulla genitorialità rispetto a chi è già un genitore.
Cosa avete riscontrato nei vostri dati in relazione alla bassa natalità italiana?
Nel contesto italiano c’è sicuramente un mix fra assenza di welfare, tempi di vita, mercato del lavoro, stipendi bassi. Su questo si innesca il sentirsi al centro di un fuoco incrociato: essere sempre al lavoro che si contrappone ai tempi della famiglia.
Durante il workshop avete incontrato delle ricercatrici da UK e Olanda, che differenze avete trovato?
Abbiamo invitato le due colleghe per motivi diversi. In Olanda è stata fatta una delle poche ricerche sul senso di colpa genitoriale, e Lianne Aarntzen ha portato tanti dati. Anna Tarrant viene invece da uno scenario diverso: si è occupata di padri e della paternità che nasce in situazioni critiche in UK. In quel caso il senso di colpa si lega maggiormente alla preoccupazione di non essere in grado di mantenere i figli, generando quindi un sentimento di inadeguatezza in giovani padri. Il loro studio ha un grande valore da un punto di vista metodologico: li hanno seguiti per anni potendo così documentare la loro transizione alla genitorialità.
In generale, possiamo dire che, pur con le specificità dei diversi paesi, in tutti e tre i contesti emergono alcune emozioni comuni: da un lato, quelle legate alla difficoltà economica; dall’altro, quelle connesse all’esistenza di standard idealizzati su cosa significhi essere un “buon” genitore e un “buon” lavoratore.
Esiste poi una forma di discriminazione statistica, ossia l’aspettativa diffusa che le donne diano priorità alla famiglia – un’aspettativa che non riguarda gli uomini. Ciò che ci ha interessato di più, al di là del fatto che il nostro focus è il senso di colpa, è che molte donne percepiscono davvero un forte dovere verso i figli, e questo inevitabilmente si ripercuote sul loro rapporto con il lavoro.
Come ne usciamo?
Ne abbiamo parlato alla fine del workshop: che interventi fare, che policies seguire?
Dallo studio inglese è risultato che la co-creazione delle politiche è una strada da percorrere perché coinvolge i partecipanti, che riflettono su cosa avrebbero voluto avere. Sicuramente poi bisognerebbe studiare di più le emozioni: dovrebbero essere ascoltate di più, ma questo lato spesso non viene preso in considerazione. Bisognerebbe cambiare l’approccio e magari proporre delle campagne informative mirate.
Possiamo anche dire che oggi buona parte del mondo ci mostra che ci sono delle aperture impensabili negli anni passati: viviamo un momento di cambiamento nei modelli tradizionali, ma non esiste ancora un’alternativa chiara. Per esempio adesso i padri sono molto più coinvolti nel lavoro di cura che nel secolo scorso, e l’affidamento paritario dopo il divorzio è sempre più diffuso. Ma in Italia siamo ancora in bilico tra un modello di famiglia tradizionale e uno più progressista ed egualitario.
Prossimi passi?
Vorremmo ampliare il campo di studio includendo sia le emozioni positive che quelle negative, e approfondire in futuro l’esperienza dei padri, delle famiglie monogenitoriali, e dei genitori dello stesso sesso. Un’altra direzione di ricerca promettente riguarda le piattaforme online e i profili o gruppi social che affrontano questi temi da prospettive estreme o controverse, come la nota pagina “mamma di merda” o il fenomeno delle “trad wives”, che rivendicando la scelta di essere casalinghe a tempo pieno e opponendosi ai modelli femministi che valorizzano l’indipendenza economica e la carriera professionale.
Contatti
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Giulia Maria Dotti Sani
Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche
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