Pubblicato il: 20/02/2026
La Statale per Milano Cortina 2026

La Statale per Milano Cortina 2026

Una nuova frontiera dell’allenamento degli atleti contempla l’utilizzo delle nuove tecnologie BCI, CBI e BBI, ovvero interfacce neurali. Anche se il loro utilizzo nello sport è ancora in fase sperimentale, Francesca Minerva, docente del dipartimento di Filosofia “Piero Martinetti” della Statale, e Vittorio Grasso hanno studiato i risvolti etici del loro impiego in un capitolo dal titolo “The Ethics of Using BCI, CBI, and BBI to Enhance Performance in Sport”, contenuto nel libro “Artificial Intelligence and Neuroenhancement in Sport”. 

Abbiamo intervistato gli autori dello studio per il ciclo di interviste dedicate allo sport in occasione delle Olimpiadi di Milano – Cortina 2026 per comprendere come potrà evolvere lo sport di alto livello.

Cosa sono le interfacce neurali e quali potrebbero essere i risvolti etici?

I BCI (Brain-Computer Interface o Interfaccia Cervello-Computer) sono un insieme di tecnologie che consentono di acquisire segnali neurali dal cervello e trasferirli ad un dispositivo esterno per la loro elaborazione. I BCI più semplici si basano su metodi di elaborazione del segnale e statistici tradizionali, mentre quelli più moderni fanno ampio affidamento su algoritmi avanzati di Intelligenza Artificiale e apprendimento automatico. 

I CBI (Computer-Brain Interface o Interfaccia Computer-Cervello) permettono, invece, di inviare dati dal computer al cervello.

I BBI - Brain-to-Brain Interface (Interfaccia Cervello-Cervello) consistono di un BCI e un CBI connessi l'uno all'altro attraverso un computer. Il BCI rileva il segnale neurale dal cervello A e lo trasmette al computer, che poi lo elabora e invia un output al cervello B attraverso un CBI. In linea teorica, questo tipo di architettura potrebbe consentire una forma di comunicazione diretta tra due cervelli, permettendo il trasferimento di informazioni senza ricorrere a linguaggio verbale o segnali motori. Tuttavia, si tratta di una tecnologia ancora in fase sperimentale: i risultati ottenuti finora dimostrano la fattibilità del concetto in contesti controllati, ma l’applicazione pratica su larga scala richiede ulteriori sviluppi tecnologici e validazioni.

Come cambierebbe il rapporto atleta-allenatore?

Qualora le BCI, e in particolare le BBI, venissero introdotte nel contesto sportivo, potremmo assistere a un cambiamento radicale del rapporto tra atleta e allenatore. L’allenatore non sarebbe più vincolato a forme di comunicazione verbale o gestuale, ma potrebbe instaurare una comunicazione diretta con l’atleta o con l’intera squadra. Nel caso delle BBI, si arriverebbe potenzialmente alla possibilità di influenzare o guidare direttamente l’esecuzione dei movimenti.

In conclusione BCI/CBI potrebbero essere eticamente accettabili quando utilizzati per la comunicazione tra le parti (membri della squadra o atleti e allenatore) e per dare dei feedback all’atleta. Il BBI, invece, pone problemi etici più complessi. Un loro impiego improprio rischierebbe di compromettere l’autonomia decisionale dell’atleta, riducendolo ad un mero esecutore di comandi. Ciò non solo contrasta con i principi fondamentali dello sport, ma potrebbe anche rappresentare un rischio concreto per la salute e l’integrità psico-fisica dell’individuo.

Alcune attrezzature sportive vengono considerate come una “forma di doping” perché danno un vantaggio all’atleta. In questo caso che tipo di conseguenze etiche si riscontrano?

Abbiamo analizzato come alcune attrezzature sportive, per es. alcuni costumi da bagna o alcune scarpe da corsa, possano essere considerate alla stessa stregua del doping in un capitolo dal titolo “The ethics of ‘equipment doping’ in sport”, che verrà pubblicato prossimamente nell’ Oxford Handbook of Sport Ethics (OUP), a cura di Thomas S. Petersen, S. J. Holmen and J. Ryberg.

In questo capitolo osserviamo come non ci siano dei principi condivisi dalle varie federazioni sportive in base ai quali decidere se un certo tipo di equipaggiamento sia una forma di doping. Non è dunque chiaro perché alcune attrezzature sportive (come alcune scarpe da corsa) siano vietate ed altre no. In generale, il miglioramento dell’attrezzatura sportiva va di pari passo con la pratica degli sport. Per esempio, le racchette da tennis, le biciclette, usate ora dagli atleti sono diverse da quelle usate trent’anni fa.  Quindi proponiamo un framework morale più coerente basato su principi di fairness, safety e valore sociale complessivo, per cui alcune attrezzature sportive andrebbero vietate solo quando pongono dei rischi all’atleta, danno un vantaggio sproporzionato a chi le usa (come nascondere un motore in una bicicletta) e alterano la natura dello sport (di nuovo, se metto un motore in una bicicletta, allora lo sport in questione non è più ciclismo ma qualcosa di diverso).

Contatti