Paesaggio artico - Immagine tratta di Pixabay
Le "attenzioni" dell'Amministrazione Usa e del presidente Donald Trump per la Groenlandia sono oggi al centro del dibattito politico internazionale, ma se la 'retorica' aggressiva del presidente americano ha portato oggi il tema a un livello nuovo, l'attenzione degli Stati Uniti verso l'Artico non è una novità di questi mesi.
Agata Lavorio, ricercatrice in Relazioni Internazionali presso il dipartimento di Studi internazionali, giuridici e storico-politici dell’Università Statale di Milano, membro dell’Osservatorio di Intelligence sull’Artico della Società Italiana di Intelligence, collaboratrice di “Osservatorio Artico”, si è occupata del tema nel suo libro “Guardiani del Nord. Gli Stati Uniti e la geopolitica della crisi climatica nell'Artico”, pubblicato nel 2023 dalla Milano University Press, la casa editrice open access dell'Università Statale di Milano. L'abbiamo intervistata per capire meglio come nasca questo interesse degli Usa per l'Artico e perché.
Nel libro si analizza come la crisi climatica stia influenzando la politica militare degli Stati Uniti nell’Artico. Oggi l’Artico e l’interesse militare Usa per quelle aree, con le continue rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia, sono temi di grande attualità. C’è un nesso con il tema della crisi climatica secondo lei?
Certamente. L’interesse statunitense verso l’Artico rinasce proprio tra il 2007 e il 2008, anni in cui diversi fattori, culturali e politici, convergono sulla scena internazionale e dimostrano ampiamente la gravità degli effetti della crisi climatica. Anche in relazione al settore militare. Da allora, tutte le amministrazioni hanno rafforzato la proiezione americana in Artico, inclusa la prima amministrazione Trump: questa continuità dimostra una percezione condivisa, a livello di alta politica, di un Artico letto come spazio di cambiamento e contestazione. Ovviamente con le dovute differenze nei toni, nelle priorità e nella trasparenza a seconda delle amministrazioni. I documenti strategici e i discorsi dell’amministrazione Trump volutamente non facevano uso dell’espressione “cambiamento climatico”, così da compiacere la narrativa e la retorica dell’alt-right repubblicana, fortemente negazionista. Eppure, a ben vedere le azioni dell’amministrazione, comprese le violente dichiarazioni contro la Groenlandia, possono essere giustificate solo sulla base di un Artico in cambiamento, altrimenti non ci si spiega perché, con la storica atrofia americana verso l’Artico, Washington continui ad investire nella regione. Ironicamente, questa grande contraddizione, già evidente nel mandato precedente, è una delle prove più forti della gravità della crisi climatica.
Nel suo studio, ha posto molta attenzione sui documenti legati alla sicurezza nazionale e alle politiche di difesa Usa che evidenziano come la crisi climatica con il mutamento delle condizioni ambientali nell’Artico possano mettere in crisi la difesa degli Stati Uniti, mentre oggi quello che emerge sembra più un discorso retorico, a fini di propaganda, del presidente americano. Dal suo osservatorio, quanta aderenza c’è tra le dichiarazioni di Trump e l’approccio dei militari alla vicenda?
La Groenlandia è considerata da Washington un’area strategica per la difesa avanzata degli Stati Uniti. Lo era già durante la Seconda guerra mondiale, contesto in cui si collocano le origini dell’attuale accordo di difesa che regola l’operato delle truppe americane sull’isola. E lo è tuttora come “piattaforma” avanzata per la difesa missilistica e sorveglianza spaziale.
Detto ciò, gli americani sono già presenti in Groenlandia e godono di libertà operativa molto ampia, sempre nell’ambito NATO; libertà che non risulta finora sia stata mai messa in discussione né da parte di Copenhagen né dall’autogoverno di Nuuk.
Indagini giornalistiche del New York Times hanno legato l’appetito di Trump per l’isola a suggestioni nate all’interno del suo circolo privato (eravamo nel 2019), quasi certamente poi avvallate dai fedelissimi (civili) di cui negli anni si è sempre più circondato. Mentre la crisi procede, è difficile aspettarsi che i comandi militari e le alte cariche di carriera dicano molto, anche perché soprattutto nel corso del secondo mandato perfino i vertici militari sono stati soppiantati da fedelissimi personali del presidente. Ma possiamo immaginare che, per quanto il perimetro nord abbia acquisito via via più importanza nella scala delle priorità della difesa americana, non ci sia un vero interesse operativo, militare, nell’acquisire la Groenlandia. Sappiamo che la comandante della base di Pituffik è stata rimossa dal suo incarico per aver espresso distanza dalle rivendicazioni del vicepresidente Vance sulla Groenlandia.
Nella narrazione di Trump, l’Artico è uno spazio "militarmente" occupato da cinesi e russi, è davvero così? Perché per le superpotenze le terre artiche continuano ad esercitare un così forte interesse geopolitico?
Come dicevamo, l’interesse internazionale per l’Artico è nato circa nel 2007. Da allora, sono circolate molte proiezioni e molta retorica. È certamente vero che un Artico più "caldo" potenzialmente schiude nuove risorse e opportunità, principalmente estrattive, e che ad esse grandi e medie potenze si sono interessate, anche concretamente. Ma è anche vero che l’insieme degli effetti generati dalla crisi climatica genera imprevedibilità, disfunzioni, pericoli, che già sono osservabili e che richiedono un faticoso e attento processo di adattamento a condizioni ambientali diverse, non necessariamente più semplici. Spesso molto costose. Un fatto di cui i governi e le aziende si sono rese conto con il passare di questi anni, approcciandosi all’Artico con più cautela.
Al momento, la Russia esercita un significativo controllo nel suo immenso Artico, ma, con l’allargamento della NATO a Svezia e Finlandia, diventa ancora più rischioso e difficile per Mosca avanzare mosse convenzionali e stringere partnership, anche economiche, con altri stati artici. La Cina, da anni interessata a investimenti in Groenlandia, è stata estromessa da progetti infrastrutturali ed estrattivi e il suo posto è stato preso proprio dagli Stati Uniti e rinnovato da Trump stesso, alcuni mesi prima della dichiarazione di acquisto dell’estate 2019. L’Artico è oggi molto più “occidentale” di quanto non lo fosse fino a qualche anno fa, anche se è bene ricordare che si è trattato di un’accelerazione veloce, improvvisa e straordinaria. Si pensi al fallimento del progetto euroasiatico “Arctic Connect” di cavi in fibra ottica sottomarini e l’avvio del “Far North Fiber” che unirebbe Finlandia e Giappone, via Nord America.
Dobbiamo aspettarci davvero l’apertura di un "fronte Nord" di conflitto geopolitico e l’Europa in questo contesto che ruolo ha giocato e può giocare ancora?
Può essere che Trump stia aspettando, per così dire, una risposta muscolare, politica e diplomatica, da parte di un’Europa che considera debole. Una sorta di test sull’affidabilità (o, nel caso di altri alleati, sulla loro deferenza) che potrebbe “rassicurarlo” sulla considerazione geostrategica che hanno gli europei di un’area che è tradizionalmente cruciale per la difesa americana e che, soprattutto in questo momento, rientra nella concezione di isolazionismo perseguita dalla Casa Bianca, ancor più evidente dopo l’operazione in Venezuela.
Nella visione trumpiana, alleati percepiti come degni di fiducia, secondo i giudizi individuali del presidente americano, “rassicurerebbero” l’establishment americano anche su altri fronti, non per forza solo militari. Dall’altra parte, l’Europa, inclusi gli stati nordici, ha gli strumenti militari e diplomatici giusti per fronteggiare una crisi che mette seriamente in discussione l’integrità territoriale, il diritto all’autogoverno, il divieto di uso della forza e l’ordine liberale. Non esporsi, significa avvallare questo tipo di condotta e aprire precedenti molto pericolosi. Al momento, si sono apertamente schierati in difesa dei diritti di Nuuk e Copenhagen: Francia, Svezia, Germania, Finlandia e Canada; ma sarebbe auspicabile assistere nelle prossime ore, con le dovute garanzie della diplomazia, al costituirsi di una efficace e sentita risposta collettiva europea, sia a livello di Unione che di singoli stati, a difesa dell’indipendenza e della dignità degli attori politici nazionali ed europei.
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Agata Lavorio
Dipartimento di Studi Internazionali, Giuridici e Storico - Politici
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