Pubblicato il: 03/08/2021
Immagine tratta da Pixabay

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Affinché una campagna vaccinale abbia effetto, non basta che il vaccino sia di per sé efficace, ma è anche necessario che la popolazione sia intenzionata a sottoporvisi. L’attuale campagna di vaccinazioni contro il COVID-19 naturalmente non fa eccezione.

A dimostrarlo uno studio appena pubblicato sulla rivista internazionale Vaccines, e condotto –nelle primissime fasi della campagna vaccinale anti Covid (6 gennaio – 28 febbraio 2021) da un gruppo di ricercatori dell’Università Statale di Milano, guidato da Alessandra Gorini, docente di Psicologia generale, in collaborazione con gli psicologi Mattia Giuliani, Riccardo Martoni e Stefania Cammino, con Anna Ichino, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia, e con la statistica Alice Bonomi.

Il gruppo di ricerca ha intervistato un campione di oltre mille soggetti riguardo alle loro intenzioni a sottoporsi o meno al vaccino anti COVID, con l’obiettivo di identificare i principali fattori psicologici e cognitivi che le determinano e le motivazioni che le sorreggono.

Relativamente ai fattori cognitivi è emerso che il numero di vaccinazioni ricevute nell’anno precedente per altre patologie, la fiducia nella scienza e nelle istituzioni sanitarie, e la convinzione che il COVID-19 sia più pericoloso di una comune influenza sono i fattori più strettamente correlati con l’intenzione di vaccinarsi. È stata inoltre osservata una forte tendenza all’omologazione sociale, soprattutto nei no-vax (86% contro il 67.1% nei pro-vax), mostrata dal fatto che la non intenzione (o l’intenzione) a vaccinarsi è tanto più marcata quanto più la stessa intenzione è diffusa tra i propri contatti.

Rispetto alle variabili psicologiche, inoltre, si è osservato che le persone più ansiose sono meno propense a essere vaccinate (il 24.8% dei no-vax presenta sintomi d’ansia) – facendo pensare che, in contesti decisionali di salute, l’ansia amplifichi i dubbi e le paure relativi alle scelte da effettuare. Interessante, sebbene non del tutto sorprendente, anche il dato secondo cui coloro che credono che la propria salute dipenda principalmente dal caso, e quindi non dalle proprie stesse azioni, siano meno propensi a vaccinarsi.

Non sorprendente e in linea con altri studi precedenti, anche la marcata correlazione tra credenze “complottiste” circa l’origine umana del virus (a seguito di manipolazioni in laboratorio) e intenzioni vaccinali negative o esitanti.

Passando alle ragioni fornite dagli intervistati per motivare le proprie intenzioni vaccinali, si è osservato innanzitutto che soggetti con intenzioni negative e soggetti “esitanti” forniscono ragioni tra loro molto simili, confermando che l’esitazione, almeno in questo ambito, è generalmente più vicina al “no” che al “sì”. Sia per le intenzioni negative che per quelle “esitanti”, la motivazione citata più di frequente è stata un timore riguardo alla sicurezza del vaccino (43.1% nei no-vax), seguita da dubbi sulla sua efficacia (19.6%) e sulla sua effettiva necessità (“Non intendo/non sono sicuro di vaccinarmi perché a me il vaccino non serve, non sono un soggetto a rischio”) (9.8%) – dato, quest’ultimo, spiegabile con il cosiddetto “bias dell’ottimismo” che porta ognuno di noi a pensare di essere meno a rischio degli altri.

A sostegno delle intenzioni vaccinali positive, invece, la motivazione riportata più di frequente fa riferimento a ragioni di carattere etico e sociale (“Intendo vaccinarmi per proteggere la mia comunità”) (28.3%), seguite dal desiderio di proteggere sé stessi (27.5%), quindi da una generale fiducia nella scienza (22.4%) e da un desiderio di tornare alla “normalità pre-pandemia” (11%).

Lo studio delle ragioni riportate dai soggetti a sostegno delle proprie intenzioni vaccinali è importante per mettere a punto campagne comunicative efficaci che facciano leva sulle motivazioni che i soggetti percepiscono come per loro più rilevanti, cercando – nel caso dei no-vax – di scardinare i dubbi e i timori che vengono espressi", afferma Anna Ichino. "Per altro verso, una strategia comunicativa efficace sul vaccino non potrà non tener conto anche dei correlati psicologici e cognitivi di tali intenzioni. Più in generale, una comunicazione chiara e trasparente è necessaria per arginare l’ansia e la sfiducia che – come si è visto – sono alla base di esitazioni e rifiuti vaccinali”.

Combinando competenze psicologiche e filosofiche per la raccolta e l’analisi dei dati – conclude Alessandra Gorini - questo studio, il primo di questo tipo condotto sulla popolazione italiana – costituisce una risorsa per la migliore comprensione dei meccanismi che determinano le nostre decisioni e le motivazioni a esse sottostanti. Una risorsa tanto più preziosa in questa fase critica in cui una comunicazione efficace che promuova una massiccia adesione alla campagna vaccinale è di vitale importanza per il futuro di tutti”.

Il link allo studio pubblicato su Vaccines.

 

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